Webinar replay | Under Pressure: Checks and balances in central banks
(Solo in inglese)
Le banche centrali generalmente adottano politiche monetarie di tipo espansivo («dovish») o restrittivo («hawkish») per influenzare l’attività economica. I policymaker «dovish» puntano a stimolare la crescita economica abbassando i tassi d’interesse, aumentando così la massa monetaria per favorire la spesa e gli investimenti. I policymaker «hawkish», invece, mirano a prevenire il surriscaldamento dell’economia e a controllare l’inflazione. Per farlo, aumentano i tassi d’interesse, riducendo la massa monetaria e contenendo la domanda.
L'attività economica può essere influenzata anche dalla politica fiscale. A differenza della politica monetaria, la politica fiscale è gestita dai governi o dai rispettivi organi e riguarda decisioni su tassazione, spesa pubblica e allocazione delle risorse pubbliche.
I tassi d'interesse di politica monetaria a breve termine rappresentano solitamente la «prima linea di difesa» e lo strumento principale delle principali banche centrali. Tra questi rientrano il Federal Funds rate della US Federal Reserve (Fed), il main refinancing rate della European Central Bank (ECB) e il policy rate della Banca nazionale svizzera (BNS). Le banche centrali utilizzano generalmente tre strumenti per influenzare i tassi d'interesse a breve termine:
Per quasi tutte le operazioni di prestito e repo con le banche centrali è richiesto un collateral. Modificando i criteri di eleggibilità o la valutazione di tale garanzia, le banche centrali possono influenzare la disponibilità di liquidità per le istituzioni finanziarie.
Per influenzare i tassi d’interesse a medio–lungo termine (generalmente con scadenze da uno a trent’anni), le banche centrali utilizzano il quantitative easing (QE), che consiste nell’acquisto o nella vendita di titoli a medio–lungo termine. In questo modo si mira ad abbassare i tassi d’interesse su risparmi e prestiti con scadenze più lunghe e a incentivare le istituzioni finanziarie a concedere prestiti e investire su orizzonti temporali ancora maggiori. Gli strumenti coinvolti possono comprendere un’ampia gamma di asset, come government bonds, commercial paper, corporate bonds e, in casi particolari, equities. Attraverso l’acquisto o la vendita di questi titoli, le banche centrali ne modificano l’offerta e influenzano tassi d’interesse e prezzi. Il QE porta a un aumento della liquidità nei mercati finanziari e della moneta circolantenell’economia, espandendo il bilancio della banca centrale.
Il quantitative tightening (QT), invece, può essere considerato come una «reverse QE» o una normalizzazione del bilancio. Quando attua il QT, una banca centrale di solito riduce o interrompe il reinvestimento dei proventi derivanti dalla scadenza dei titoli di Stato o addirittura vende attivamente i bond in portafoglio, diminuendo così la quantità di denaro in circolazione e riducendo la dimensione del bilancio della banca centrale.
Il compito della Fed è «promuovere efficacemente gli obiettivi di piena occupazione, prezzi stabili e tassi d’interesse a lungo termine moderati». secondo il Federal Reserve Act del 1913. Tuttavia, l'obiettivo di mantenere tassi d'interesse a lungo termine moderati viene spesso considerato superfluo, poiché viene raggiunto naturalmente concentrandosi sui primi due obiettivi – prezzi stabili (bassa inflazione) e piena occupazione. Di conseguenza, il mandato della Fed è comunemente definito «dual mandate».
Per quanto riguarda la piena occupazione, la Fed non fissa un obiettivo numerico preciso. Questo perché ritiene che la piena occupazione sia «in gran parte determinata da fattori non monetari che influenzano la struttura e la dinamica del mercato del lavoro» e che «questi fattori possono variare nel tempo e non essere direttamente misurabili». Pertanto, la Fed monitora una vasta gamma di indicatori del mercato del lavoro, tra cui il tasso di disoccupazione, il tasso di sotto occupazione e la facilità o difficoltà riscontrata dai datori di lavoro nell'assumere nuovo personale. Per quanto riguarda la stabilità dei prezzi, invece, la Fed ha un obiettivo chiaro: mira a un tasso di inflazione annuo del 2 percento, misurato tramite il Personal Consumption Expenditures Index (PCE) headline.
Figura 1: Struttura della Federal Reserve statunitense
| Consiglio dei Governatori | Banche della Federal Reserve | Comitato federale del mercato aperto (FOMC) |
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Fonte: www.federalreserve.gov/, settembre 2025
Con sede a Francoforte, in Germania, la BCE funge da banca centrale per i 20 Paesi dell'Unione Europea che adottano l'euro come valuta. La BCE ha ufficialmente sostituito l'Istituto Monetario Europeo nel 1998, iniziando le sue operazioni a pieno regime il 1º gennaio 1999, a seguito dell'introduzione dell'euro.
Il mandato della BCE si differenzia da quello della Fed, in quanto si concentra principalmente su un obiettivo: mantenere la stabilità dei prezzi nell’area euro. In questo modo, la BCE mira a sostenere la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Per la BCE, la stabilità dei prezzi viene definita come il mantenimento di un’inflazione «bassa, stabile e prevedibile» pari al 2 percento nel medio termine. Per monitorare l’inflazione, la BCE utilizza l’Harmonized Index of Consumer Prices (HICP). Il termine «harmonized» riflette il fatto che tutti i Paesi dell’area valutaria adottano la stessa metodologia, garantendo che i dati di un Paese siano comparabili con quelli di un altro. L’impegno della BCE verso il proprio obiettivo d’inflazione viene descritto come simmetrico, il che significa che tassi d’inflazione troppo bassi vengono considerati negativamente tanto quanto tassi d’inflazione troppo elevati.
Figura 2: La struttura della Banca centrale europea
| Consiglio direttivo | Comitato esecutivo | Consiglio Generale |
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Fonte: https://www.ecb.europa.eu/home/html/index.en.html, ottobre 2025
La BNS affonda le sue origini nel 1905, quando fu istituito il «National Bank Act». La legge entrò in vigore all’inizio del 1906 e la BNS avviò la propria attività nel 1907.
L’obiettivo principale della BNS è «garantire la stabilità dei prezzi», tenendo debitamente conto dell’andamento economico. In questo modo, si intende creare «un contesto favorevole alla crescita economica». Tuttavia, raggiungere questo obiettivo non è privo di sfide, dato che la Svizzera è una piccola economia aperta fortemente dipendente dal commercio estero. Di conseguenza, fattori esterni, come le fluttuazioni dei tassi di cambio, possono influenzare in modo significativo sia l’inflazione che la crescita economica. A complicare ulteriormente la situazione vi è la forza del franco svizzero, determinata da diversi fattori. Tra questi figurano la stabilità politica del Paese, che rafforza il ruolo del franco come valuta rifugio, e il contesto di tassi d’interesse bassi emerso dopo la crisi finanziaria globale.
In questo contesto, la definizione di stabilità dei prezzi adottata dalla BNS è più flessibile rispetto a quella di altre banche centrali. In particolare, la BNS mira a mantenere l’inflazione dei prezzi al consumo inferiore al due percento annuo, all’interno di una fascia compresa tra zero e due percento.
È importante sottolineare che alla BNS è riconosciuta un’indipendenza che si articola in quattro aspetti: indipendenza finanziaria, istituzionale, del personale e funzionale. I primi tre aspetti costituiscono la base su cui si fonda, in ultima analisi, l’indipendenza funzionale. Secondo la BNS, l’indipendenza funzionale «si riferisce al fatto che la BNS e i suoi organi organizzativi non possono né cercare né accettare istruzioni dal Consiglio federale, dall’Assemblea federale o da qualsiasi altro ente nello svolgimento dei propri compiti di politica monetaria». Questa indipendenza comporta diverse conseguenze: impedisce alla BNS di concedere prestiti alla Confederazione Svizzera e vieta l’acquisto di nuovi titoli di debito emessi, sia dalla Confederazione, sia dai cantoni, sia dai comuni.
L’organo esecutivo principale della BNS è il Governing Board, composto da tre membri e responsabile delle decisioni di politica monetaria. La BNS dispone inoltre di un Bank Council con undici membri, di un Secretariat General e di revisori interni. A livello geografico, la BNS opera da due head office, situati a Berna e Zurigo. Dispone anche di una succursale a Singapore e di sei representative office a Basilea, Ginevra, Losanna, Lugano, Lucerna e San Gallo.
La BNS presenta una struttura giuridica unica come «Aktiengesellschaft», più precisamente come «società anonima di diritto speciale», ed è quotata nel segmento Domestic Standard della borsa svizzera (SIX). Circa il 55 percento delle azioni con diritto di voto della BNS è detenuto da azionisti pubblici, come i cantoni o le banche cantonali, mentre le restanti azioni sono possedute da privati. È significativo che la Confederazione Svizzera non detenga alcuna azione della BNS.
Ai sensi della Legge sulla Banca Nazionale, gli azionisti possono ricevere un dividendo fino al sei percento del capitale azionario, che viene pagato utilizzando l’utile netto della BNS. A causa di questa limitazione, le azioni della BNS sono spesso considerate simili a obbligazioni a lungo termine.
Originariamente creata per finanziare il governo in tempo di guerra, la BoE, fondata nel 1694, si è evoluta in un’istituzione chiave responsabile della stabilità monetaria e finanziaria.
Il mandato della BoE comprende la definizione della politica monetaria per raggiungere la stabilità dei prezzi, il sostegno alla crescita economica e la garanzia della resilienza del sistema finanziario. La banca opera in modo indipendente, con il suo Monetary Policy Committee (MPC) incaricato di fissare i tassi d’interesse per raggiungere gli obiettivi di inflazione. La sua struttura comprende diversi comitati e dipartimenti dedicati a politica monetaria, stabilità finanziaria e operazioni di mercato, tutti impegnati a sostenere gli obiettivi fondamentali della banca.
La BoJ è stata fondata nel 1882. Secondo il Bank of Japan Act, la politica monetaria della BoJ dovrebbe essere «finalizzata a raggiungere la stabilità dei prezzi, contribuendo così allo sviluppo sano dell’economia nazionale.» L’obiettivo di stabilità dei prezzi della banca è fissato al due percento. La BoJ è inoltre responsabile del mantenimento della stabilità finanziaria e dell’emissione della valuta nazionale, lo yen.
Sebbene il National Bank Act stabilisca che l’autonomia della BoJ in materia di controllo della valuta e della politica monetaria «debba essere rispettata», prevede anche che la BoJ debba «mantenere sempre uno stretto contatto con il governo e scambiare opinioni in modo adeguato».
Nonostante oggi si metta l’accento sull’indipendenza delle banche centrali, la loro istituzione è avvenuta, almeno in parte, per soddisfare interessi politici. La più antica banca centrale del mondo – la Swedish Riksbank (1668) – fu infatti creata per prestare fondi al governo e fungere da clearing house per il commercio. Altri Paesi europei seguirono presto questo esempio, utilizzando le banche centrali per attuare le politiche dei governi. Ad esempio, la BoE fu fondata principalmente per finanziare la guerra dell’Inghilterra contro la Francia.
All'inizio del XX secolo emerse una nuova ondata di banche centrali, con l'obiettivo di prevenire le crisi e garantire la stabilità finanziaria. Tra queste banche centrali di «seconda generazione» vi era la US Federal Reserve (Fed). Prima della sua istituzione, gli Stati Uniti subirono frequenti panici di mercato, corse agli sportelli e fallimenti bancari. Il “Panico” del 1907 fu particolarmente grave: la Borsa di New York perse quasi il 50 percento del valore rispetto al massimo dell'anno precedente. In assenza di una banca centrale, furono alcuni ricchi individui come J.P. Morgan e John D. Rockefeller a intervenire per stabilizzare il sistema finanziario. Questo evento fu il catalizzatore che portò il presidente Woodrow Wilson a firmare il Federal Reserve Act del 1913.
La Fed si trovò ad affrontare la sua prima grande prova appena un anno dopo. Durante la Prima Guerra Mondiale (1914–1918), ebbe un ruolo importante nello stabilizzare l’economia e sostenere lo sforzo bellico. I cosiddetti Liberty Bonds vennero venduti al pubblico per raccogliere fondi destinati alle spese militari. L’aumento della spesa pubblica e della domanda di beni esercitarono una pressione al rialzo sui prezzi. La Fed cercò di gestire la situazione influenzando i tassi di interesse e le condizioni del credito, anche se all’epoca disponeva ancora di strumenti limitati.
La Prima Guerra Mondiale rappresentò un punto di svolta significativo nella politica monetaria: molti Paesi (ad esempio, Regno Unito, Germania e Francia) abbandonarono il gold standard per stampare più denaro cartaceo e finanziare così l’aumento della spesa. L’inflazione che ne risultò fu un chiaro monito dei rischi che si corrono quando i governi ordinano alle proprie banche centrali di stampare moneta a piacimento.
Negli anni successivi alla guerra, il concetto di indipendenza delle banche centrali iniziò a prendere piede. Tale principio sottolineava che le banche centrali dovevano avere l’autonomia di fissare i tassi di interesse e la politica monetaria senza interferenze politiche di breve periodo.
Nonostante una crescente consapevolezza dell’importanza dell’indipendenza delle banche centrali, il crollo economico degli anni ’30 e la Seconda Guerra Mondiale portarono i governi a esercitare nuovamente un maggiore controllo sulle banche centrali. Questo avvenne per fronteggiare la disoccupazione e la deflazione (durante la Grande Depressione) o per finanziare la spesa pubblica (durante la guerra). Dopo l’istituzione del sistema di Bretton Woods (1944), le banche centrali assunsero un ruolo chiave nel mantenimento dei tassi di cambio fissi. Dovendo difendere i currency pegs, la loro indipendenza rimase limitata. Nei decenni successivi, la pressione politica sulle banche centrali si intensificò, in particolare negli Stati Uniti (Figura 3).
Fu solo con il cosiddetto Volcker Shock (1979–1982) che gli Stati Uniti riuscirono a ristabilire la credibilità della Fed (Figura 4). Nominato Chair nel 1979, Paul Volcker aumentò in modo deciso il Federal Funds rate da circa 10% a 20%, innescando una doppia recessione. Così facendo, Volcker resistette alle pressioni politiche sia del Presidente democratico Carter (che lo aveva nominato) sia del Presidente repubblicano Reagan (che non era soddisfatto della recessione che aveva «ereditato»).
Gli anni ’90 e i primi anni 2000 sono ampiamente considerati come l’«età d’oro» dell’indipendenza delle banche centrali (Figura 5). Quattro fattori hanno contribuito a questo trend:
Questi cambiamenti positivi non si sono limitati ai mercati sviluppati. Anzi, economie emergenti come il Cile sono un chiaro esempio di come le crisi del passato possano favorire progressi significativi. Nei primi anni Settanta, il Cile era afflitto da una crescita economica debole, elevati deficit fiscali e un'inflazione a tre cifre, mentre i tassi d'interesse reali erano in territorio negativo (cioè accomodante). La spinta alla deregolamentazione e liberalizzazione rapida da parte del governo militare, unita a un tasso di cambio sopravvalutato, portò a una profonda crisi economica e bancaria nei primi anni Ottanta. La Banca Centrale del Cile ottenne l'indipendenza nel 1989 e iniziò a perseguire un regime di inflation targeting nei primi anni Novanta. Oggi è considerata una delle banche centrali più indipendenti e stabili della regione.
Nonostante questi progressi, non si può fare a meno di notare come il ruolo di molte banche centrali sia cambiato nuovamente. La crisi finanziaria globale (2007–2009), la crisi dell’area euro (2009–2010) e la crisi Covid-19 (2020) hanno costretto molte banche centrali ad assumere ruoli più ampi: non ci si aspettava più solo che agissero come prestatori di ultima istanza per stabilizzare le istituzioni finanziarie (ad esempio, tramite salvataggi), ma anche che impiegassero strumenti monetari non convenzionali (come il quantitative easing) per sostenere la ripresa post-crisi. Questi ruoli ampliati hanno, di fatto, reso più sfumata la distinzione tra politica monetaria e politica fiscale, poiché i governi hanno fatto sempre più affidamento sulle banche centrali per finanziare i deficit e stabilizzare i mercati.
La Turchia rappresenta uno degli esempi più evidenti di come l’ingerenza politica possa minare una banca centrale e destabilizzare un’economia. Sebbene la Central Bank of the Republic of Turkiye (CBRT) sia formalmente indipendente, il suo governatore può essere nominato o rimosso a discrezione del presidente. Il Presidente Recep Tayyip Erdoğan, noto per la sua convinzione non ortodossa secondo cui tagliare i tassi d’interesse ridurrebbe l’inflazione, ha destituito cinque governatori della CBRT dal 2019, incluso uno solo due giorni dopo un aumento dei tassi. Questo ha portato a un’inflazione a doppia cifra, fuga di capitali e una diffusa dollarizzazione dell’economia.
Il presidente degli Stati Uniti dispone di diversi strumenti per esercitare pressione sulla Fed e potenzialmente comprometterne l’indipendenza. Una delle principali tattiche consiste nell’influenzare l’orientamento della politica monetaria della Fed attraverso le nomine del personale: scegliendo candidati favorevoli per le prossime posizioni vacanti nel Board e nella carica di Chair, il presidente può spostare gradualmente il centro di gravità del Federal Open Market Committee (FOMC). Un altro metodo è il “pre-emptive successor signaling”, ovvero quando il presidente propone pubblicamente o sostiene un candidato preferito come futuro Chair prima della scadenza del mandato dell’attuale, minando così l’autorità del Chair in carica e influenzando le decisioni di politica monetaria. Anche la pressione pubblica diretta rappresenta uno strumento: il presidente può utilizzare discorsi, social media o interviste per criticare funzionari della Fed o le loro decisioni, aumentando il costo politico dell’opposizione alle preferenze presidenziali.
Le sfide legali o strutturali rappresentano una via più formale, come ad esempio valutare revisioni al Federal Reserve Act o riconsiderare l’Accordo Treasury–Fed del 1951 per ridurre l’indipendenza della Fed, anche se tali iniziative incontrano rilevanti ostacoli politici. Infine, il presidente potrebbe tentare di forzare un ricambio o minacciare la rimozione, facendo pressione sul Chair o sui governatori affinché si dimettano, anche qualora il licenziamento diretto sia oggetto di contestazioni legali, creando così un effetto dissuasivo sulle decisioni indipendenti.
Oltre alla pressione diretta sulla Fed, le azioni politiche degli Stati Uniti possono influenzare indirettamente anche altre banche centrali, come la SNB. Ad esempio, i dazi e le ripercussioni delle politiche commerciali possono incidere sull’economia svizzera e sulla politica monetaria, mentre il rischio di essere etichettati come «currency manipulator» dagli Stati Uniti può limitare ulteriormente le azioni della SNB ed esporla a ulteriori controlli o sanzioni.
Nonostante queste possibili strategie, esistono importanti meccanismi istituzionali di controllo ed equilibrio che limitano quanto un presidente degli Stati Uniti possa influenzare la Fed. Ad esempio, le ripetute minacce del presidente Trump di licenziare il Chair della Fed Jerome Powell, unite alla sua storia di rimozioni di altri funzionari governativi, hanno alimentato i timori di tentativi effettivi di rimozione di Powell. L’esito più favorevole ai mercati, secondo noi, sarebbe che Trump permettesse a Powell di completare il suo mandato, che scade a maggio, e successivamente nominasse una persona più in linea con le sue preferenze.
Sono previsti diversi meccanismi di salvaguardia per impedire a Trump di nominare candidati eccessivamente “dovish” o apertamente non ortodossi. Tra questi, il più importante è il processo di conferma da parte del Senato, che svolge il ruolo fondamentale di garante.
Detto ciò, Trump potrebbe comunque doversi confrontare con Powell come membro votante del FOMC. Questo perché Powell ricopre due incarichi distinti: uno come Chair (fino al 2026) e uno come Governor del FOMC (fino al 2028). Il FOMC è composto da 12 membri: sette membri del Board of Governors e cinque dei dodici presidenti delle Reserve Bank regionali. I governor sono nominati dal presidente degli Stati Uniti; tuttavia, il Chair può nominare o riconfermare direttamente al massimo due Governor durante un tipico mandato di quattro anni.<
Trump ha poca influenza sugli altri presidenti delle Reserve Bank, in quanto vengono scelti dai Consigli di Amministrazione di ciascuna Reserve Bank indipendente. Solo tre presidenti delle Reserve Bank hanno mandati in scadenza durante il mandato di Trump, e nessuno prima del 2028. Gli altri resteranno in carica fino agli anni 2030, ben oltre la fine di un eventuale secondo mandato di Trump.
Inoltre, i successori del presidente della Fed vengono solitamente annunciati circa 4-5 mesi prima della scadenza del mandato in corso; nel caso di Powell, ciò avverrebbe all’inizio del 2026 – una tempistica che potrebbe avere ripercussioni sui mercati finanziari.
Quando la credibilità di una banca centrale si indebolisce, i mercati smettono di interpretare la policy attraverso la lente dei dati economici e iniziano a valutarla sotto il profilo politico. Questo cambiamento si manifesta inizialmente nelle aspettative. Le misure basate su sondaggi possono sembrare stabili per un certo periodo, perché famiglie e previsori professionali tendono ad aggiornare le proprie opinioni lentamente. Tuttavia, la reazione dei prezzi di mercato è più rapida. Gli investitori aggiungono un premio per il rischio di inflazione alla loro valutazione centrale, motivo per cui i tassi di inflazione impliciti nei breakeven superano normalmente le aspettative rilevate tramite sondaggi quando la credibilità viene messa in discussione.
Allo stesso tempo, l’incertezza legata alla “reaction unction” della banca centrale aumenta il term premium sulle scadenze più lunghe. I rendimenti a lunga iniziano a riflettere una compensazione aggiuntiva per possibili errori di policy e per la volatilità dell’inflazione, non solo il percorso atteso dei tassi di interesse a breve termine. Se obiettivi di politica fiscale, come la volontà di mantenere bassi i costi di finanziamento rispetto alla crescita nominale, iniziano a influenzare la politica monetaria, le decisioni potrebbero orientarsi verso una maggiore comodità di finanziamento. Sebbene ciò possa alleviare le pressioni di funding di breve termine per il settore pubblico, di fatto si traduce in una sorta di tassa da inflazione per i risparmiatori e aumenta i rendimenti richiesti su tutti gli asset privati.
Le condizioni finanziarie tendono a evolversi secondo una sequenza prevedibile. La curva dei rendimenti si inclina maggiormente poiché la parte a breve segue una policy guidance più accomodante, mentre la parte a lungo resiste. Gli spread creditizi si stabilizzano su livelli più elevati, in quanto i finanziatori incorporano una maggiore incertezza nei prezzi. Il dollaro spesso si rafforza durante le fasi di tensione, poiché la liquidità diventa scarsa in caso di shock, ma tende poi a indebolirsi se i real yields vengono compressi e il policy framework appare meno solido.
Guardando al futuro, presentiamo tre scenari plausibili che vanno da una lieve erosione dell’indipendenza della Fed fino a una vera e propria cattura politica. Ogni scenario comporta probabilità e conseguenze di mercato differenti:
Scenario 1: Ritiro e reset, nessuna ulteriore influenza – Probabilità 10–20%
In questo scenario, un’incertezza sui mercati spinge la Fed a effettuare un taglio dei tassi leggermente più ampio per ripristinare la stabilità. L’amministrazione si fa da parte, evitando di esercitare pressioni sulla Fed. Questo cambiamento segna un ritorno a una funzione di reazione chiara, basata su regole e ancorata ai dati. La forward guidance diventa volutamente neutra e poco sensazionalistica. Gli interventi pubblici si concentrano sull’obiettivo, sulle previsioni e sugli strumenti disponibili. Le decisioni su balance sheet e liquidità vengono presentate come scelte tecniche, non come gesti politici. Eliminando le interferenze esterne, la politica monetaria torna a operare nell’ambito del doppio mandato della Fed, e le decisioni sui tassi di interesse vengono guidate dai dati in arrivo, non dai titoli dei giornali. Questo reset ricostruisce la credibilità e favorisce una traiettoria di policy più prevedibile. Di conseguenza, i mercati attribuiscono meno rumore di policy a ogni pubblicazione, la pressione sul term premium si riduce e la discussione torna a focalizzarsi sui fondamentali invece che sulla politica.
Con la credibilità della Fed nella lotta all’inflazione ristabilita, è probabile che le aspettative d’inflazione di lungo periodo si ancorino nuovamente intorno all’obiettivo del 2%. In precedenza, il susseguirsi delle ingerenze politiche aveva iniziato a destabilizzare tali aspettative – infatti, i mercati avevano iniziato a prezzare un’inflazione futura più elevata quando l’indipendenza della Fed era messa in discussione. Ora, l’impegno chiaro verso una politica monetaria ortodossa invia un segnale forte che la banca centrale non tollererà un’inflazione superiore al target.
I tassi di breakeven inflation (le aspettative di inflazione ricavate dal mercato) sono destinati a stabilizzarsi o a scendere leggermente, riflettendo un calo dei timori riguardo a una traiettoria inflazionistica fuori controllo. Il ripristino dell’indipendenza della Fed offre una base solida per aspettative ben ancorate, contribuendo a prevenire una mentalità di spirale salario-prezzi. In termini pratici, ciò significa che i breakeven inflation a cinque anni tornerebbero su livelli coerenti con il mandato della Fed. Al contrario, in scenari di interferenza politica, queste misure tenderebbero a salire gradualmente per il timore che la Fed possa essere «in ritardo rispetto alla curva». Il ritorno a una politica credibile e basata su regole consente quindi di mantenere sotto controllo sia le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi che quelle espresse dal mercato. Eventuali modesti rialzi iniziali dei prezzi dovuti a misure di liquidità sarebbero probabilmente considerati transitori, poiché gli investitori confidano che la Fed interverrà rapidamente per contrastare eventuali pressioni inflazionistiche persistenti.
La ritrovata indipendenza della Fed ha implicazioni immediate per la curva dei rendimenti statunitense. Gli investitori richiederanno un term premium inferiore sulle obbligazioni a lunga scadenza, poiché i rischi di fiscal dominance o di una policy imprevedibile si sono attenuati. In passato, quando aumentava la pressione politica sulla Fed, i trader avevano previsto una curva dei rendimenti più inclinata, aspettandosi che i rendimenti a lunga scadenza salissero rispetto ai tassi di breve termine, a causa delle preoccupazioni per una maggiore inflazione e per una credibilità in diminuzione. Tuttavia, in questo scenario tali timori si attenuano.
Con il ripristino della credibilità della politica monetaria, i rendimenti dei Treasury a lungo termine si riducono rispetto allo scenario di «interferenza», anche se i tassi a breve termine sono stati tagliati durante la crisi. Questo comporterebbe probabilmente una curva dei rendimenti più piatta rispetto a un contesto di Fed «captive». I rendimenti sulle scadenze brevi rimarrebbero ancorati a una prospettiva di policy dipendente dai dati, con la Fed che non allenterebbe eccessivamente oltre quanto giustificato dalle condizioni economiche. Nel frattempo, i rendimenti a lunga scadenza si stabilizzano su un intervallo di equilibrio più basso, man mano che il premio per il rischio d'inflazione si riduce. In sostanza, il mercato obbligazionario elimina il rendimento aggiuntivo che era stato incorporato a causa delle preoccupazioni per una Fed non ancorata. L’autonomia operativa della Fed rafforza infatti la fiducia tra gli acquirenti di Treasury e attenua la volatilità sul tratto lungo della curva.
I mercati del credito probabilmente tirerebbero un sospiro di sollievo sotto un regime di rinnovata indipendenza della Fed. Durante la fase di incertezza sull’indipendenza, gli spread creditizi si erano ampliati perché gli investitori temevano un aumento dell’inflazione e una destabilizzazione dell’economia, che avrebbe compromesso la capacità dei debitori di rimborsare i prestiti. Ora, con una Fed credibile che garantisce la stabilità dei prezzi, questi timori si attenuano. Una Fed indipendente è anche meno propensa a lasciare che l’inflazione eroda il valore reale dei rimborsi del debito, rassicurando così i creditori. Inoltre, intervenendo con decisione per stabilizzare i mercati – attraverso tagli dei tassi e altre misure di liquidità – la Fed ha ridotto i rischi di default nel breve termine e ha segnalato che agirà come prestatore di ultima istanza nei periodi di stress, senza però compromettere il suo orientamento antinflazionistico di lungo periodo. Questo approccio sostiene la solvibilità.
Il dollaro statunitense (USD) è destinato a rafforzarsi con il ripristino dell’indipendenza della Fed. In scenari in cui la Fed era politicizzata, il dollaro aveva mostrato un trend di indebolimento, penalizzato dai timori di monetizzazione del deficit e dal calo dei rendimenti reali. Una Fed credibile e apolitica rappresenta un pilastro fondamentale dello status del dollaro come valuta di riserva globale. Riaffermando questa credibilità, gli Stati Uniti evitano la fuga di capitali che avrebbe potuto indebolire gravemente il dollaro in uno scenario di «cattura palese». Al contrario, gli investitori internazionali continuano a percepire gli asset statunitensi come sicuri e con rendimenti adeguati, rinnovando così la domanda per il greenback.
Di conseguenza, il dollaro statunitense si muoverebbe maggiormente in base a fattori fondamentali, come i differenziali di crescita e le aspettative sui tassi d’interesse, piuttosto che essere penalizzato da un rischio politico. Con la Fed che non cede alle pressioni politiche per una politica estremamente espansiva, i tassi d’interesse negli Stati Uniti rimangono più elevati rispetto a quanto sarebbero con una Fed più accomodante, a parità di condizioni. Questo differenziale sui tassi d’interesse sostiene ulteriormente il dollaro. Inoltre, una maggiore fiducia nella governance monetaria statunitense incoraggia le banche centrali estere e gli investitori globali a mantenere l’esposizione verso il dollaro, rallentando eventuali tendenze alla de-dollarizzazione che avrebbero potuto accelerare qualora l’indipendenza della Fed fosse stata messa in discussione.
Scenario 2: Erosione graduale (nessun cambiamento legale) – Probabilità 45–65%
In questo scenario non vi sono cambiamenti formali nel mandato o nello statuto della Fed, ma influenze politiche più sottili determinano un orientamento più dovish. Sebbene la Fed continui a operare formalmente in modo indipendente, i responsabili talvolta propendono per decisioni di policy più accomodanti rispetto a quanto suggerirebbe un approccio puramente basato sui dati. La forward guidance diventa meno ancorata rigidamente ai dati. Ad esempio, la Fed potrebbe mettere l'accento su obiettivi come la «crescita equilibrata» oppure minimizzare un'inflazione leggermente superiore al target per giustificare tagli moderati dei tassi. I mercati percepirebbero che, pur non essendo la Fed apertamente controllata dai politici, essa mostra una maggiore tolleranza verso un'inflazione che supera il 2%.
In questo contesto, la curva dei rendimenti tende a inclinarsi maggiormente. Le scadenze a breve termine riflettono un tono di politica monetaria più accomodante, mentre quelle a lungo termine oppongono resistenza, poiché gli investitori richiedono una sorta di assicurazione contro un ancoraggio più debole. I mercati del credito ricalibrano i livelli di spread verso l’alto, ma sempre su livelli gestibili. I primary markets restano accessibili per gli emittenti più solidi, mentre le società con bilanci più deboli riescono comunque a ottenere finanziamenti, sebbene a un costo più elevato. Poiché lo scenario presuppone ancora una crescita economica relativamente stabile, i fondamentali societari si mantengono solidi. Il risultato è una moderata rivalutazione dei prezzi nei mercati del credito, senza sfociare in una crisi. I rischi di default possono aumentare leggermente, ma il rischio di «fallen angel» (dove società investment-grade vengono declassate a junk) resterebbe contenuto in questo caso più lieve.
In questo scenario, il dollaro statunitense tenderebbe probabilmente a muoversi in un intervallo definito dopo una fase iniziale di volatilità. L’eliminazione di alcuni tail risks (ad esempio, nessuna presa di controllo politica drastica della Fed, ma solo una lieve inclinazione) diminuisce la probabilità di un’impennata o di un crollo improvviso del dollaro. Con i tassi reali USA leggermente più bassi e un’inflazione appena superiore, la pressione complessiva sul dollaro sarebbe al ribasso, ma senza movimenti drastici. Anche partner commerciali come l’area euro affrontano proprie limitazioni, quindi la credibilità relativa continuerebbe a favorire solo un graduale deprezzamento dell’USD.
Scenario 3: Interferenza episodica (politica visibile) – Probabilità 15–25%
In questo scenario, l'intervento politico sulla politica monetaria diventa visibilmente intermittente. Non viene apportata alcuna modifica formale al Federal Reserve Act, ma i mercati e il pubblico assistono a episodi di pressione politica diretta che influenzano le decisioni della Fed. Ad esempio, l’amministrazione potrebbe spingere la Fed a tagliare i policy rates prima di un’elezione oppure criticare pubblicamente i funzionari della Fed, e la Fed, a sua volta, potrebbe occasionalmente cedere o modificare la propria linea d’azione in risposta. La caratteristica principale di questo scenario è un’influenza politica intermittente – non costante, ma abbastanza frequente da erodere la credibilità. La funzione di reazione della Fed diventa più difficile da prevedere, con una politica che talvolta si allenta anche quando inflazione o condizioni finanziarie non lo giustificherebbero, per poi eventualmente dover essere inasprita successivamente quando l’inflazione aumenta.
I tagli dei tassi avvengono prima di quanto i dati da soli giustificherebbero, la forward guidance risulta reattiva e la successiva pausa nella politica monetaria diventa scomoda quando l’inflazione si rivela persistente. Il rischio che la banca centrale debba invertire la rotta in seguito non è solo teorico: diventa parte integrante delle narrazioni di mercato. Le aspettative si indeboliscono, spingendo gli investitori a incorporare un margine maggiore per il rischio di inflazione e di errori di policy in ogni asset che valutano.
Di conseguenza, la curva dei rendimenti ribassista si accentua in modo più evidente. Il reperimento di fondi diventa più complesso, soprattutto per i clienti commerciali con rating più basso, e la probabilità di downgrade aumenta man mano che i costi di interesse salgono e gli utili subiscono la pressione di una domanda più debole. Nelle banche, la propensione al rischio si riduce e gli standard di concessione del credito si alzano, facendo sì che il rischio di rifinanziamento si sposti maggiormente sui mercati obbligazionari e del credito privato. Le società nella fascia più bassa del rating avrebbero molte più difficoltà a rifinanziare il debito; infatti, il rischio di «fallen angel» cresce in questo scenario, il che significa che alcune aziende con rating BBB potrebbero essere declassate a junk status se i costi di interesse aumentano e gli utili si comprimono.
In questo scenario intermedio, il dollaro statunitense vivrebbe brevi rally di «flight-to-safety» nei momenti di forte tensione. Tuttavia, man mano che diventa evidente la dinamica di interferenza politica e i tassi reali negli Stati Uniti rimangono indietro rispetto a quelli delle altre principali economie, il dollaro tenderà probabilmente a indebolirsi nel tempo. È importante sottolineare che uno degli esiti di un allentamento episodico da parte della Fed è che, una volta che la situazione si stabilizza, il dollaro spesso perde sostegno perché i differenziali dei tassi di interesse si muovono a suo sfavore e la fiducia si deteriora.
Scenario 4: Cattura palese o modifica della normativa – Probabilità 2 a 5%
Questo è lo scenario più estremo: l’indipendenza della banca centrale viene di fatto annullata o gravemente compromessa da forze politiche. Una situazione del genere potrebbe verificarsi tramite un cambiamento legale esplicito (ad esempio, una legge che modifica il mandato della Federal Reserve per includere il credito o conferisce all’esecutivo un maggiore controllo sulle nomine e sulle decisioni di policy) oppure tramite una vera e propria «cattura» (ad esempio, l’amministrazione sostituisce i principali funzionari della Fed con persone di fiducia e indirizza apertamente le decisioni di policy). In questo scenario, la Fed non sarebbe più vista come un’autorità indipendente nella lotta all’inflazione, ma piuttosto come un’estensione del Treasury o dell’amministrazione, focalizzata sul mantenere bassi i costi di finanziamento per raggiungere obiettivi politici o fiscali. Sebbene questo scenario sia meno probabile, comporta le implicazioni di mercato più significative, introducendo di fatto un cambiamento di regime nella gestione dell’economia statunitense.
In una situazione di overt capture, la Fed manterrebbe i tassi di interesse reali su livelli molto bassi o addirittura negativi, anche in presenza di un’inflazione persistente. La banca centrale potrebbe fissare formalmente o informalmente obiettivi specifici sui rendimenti del debito pubblico per garantire finanziamenti a basso costo (una pratica simile al yield curve control adottato nel dopoguerra). Ad esempio, riteniamo che la Fed potrebbe fissare un tetto al rendimento dei Treasury a 10 anni a un livello predeterminato (ad esempio, 4% o 4,5%), impegnandosi ad acquistare obbligazioni senza limiti sopra quella soglia – uno scenario di esplicito yield targeting. In alternativa, anche senza un tetto esplicito, la “reaction function” della Fed diventerebbe tale per cui qualsiasi aumento dei rendimenti o della disoccupazione porterebbe a rapidi tagli dei tassi o a un nuovo quantitative easing, indipendentemente dal fatto che l’inflazione sia superiore al target. Il mandato politico in questo scenario potrebbe privilegiare la crescita e l’occupazione «a ogni costo», oppure concentrarsi sul mantenere basso l’onere degli interessi sul debito pubblico. Di fatto, la politica monetaria verrebbe subordinata alle esigenze di politica fiscale, in linea con la definizione accademica di fiscal dominance. Potrebbero persino emergere misure estreme come il finanziamento diretto della spesa pubblica (QE su larga scala o «helicopter money»), a seconda dei vincoli legali. Un aspetto cruciale: se i rendimenti venissero fissati, la pressione si trasferirebbe altrove – verso un’inflazione più elevata, un dollaro più debole o bolle nei prezzi degli asset, poiché la liquidità inevitabilmente si riverserebbe in altri comparti.
La reazione del mercato obbligazionario dipenderebbe in larga misura dal fatto che la Fed introduca o meno dei limiti ai rendimenti (yield caps). Se non vengono applicati limiti alla curva dei rendimenti (ovvero, la Fed è vincolata ma si astiene dall’intervenire direttamente sulle scadenze a lungo termine), potremmo assistere a una vera e propria rivolta del mercato obbligazionario: i rendimenti dei Treasury a 10 anni potrebbero impennarsi, poiché gli investitori richiederebbero un premio significativo per compensare i rischi legati a inflazione e valuta. I precedenti storici, come alla fine degli anni ’70, mostrano che i rendimenti a 10 anni hanno raggiunto la doppia cifra quando la credibilità della Fed è stata compromessa.
Se la Fed imponesse un tetto ai rendimenti a lungo termine (ad esempio, rilanciando una versione del QE Infinity), allora i rendimenti nominali potrebbero essere artificialmente compressi. Tuttavia, questa pressione non verrebbe eliminata; al contrario, probabilmente si manifesterebbe in un crollo del dollaro e in un forte aumento dei breakeven inflation rates. In questo sotto-scenario, il mercato obbligazionario potrebbe apparire tranquillo (rendimenti compressi), ma la pressione si rifletterebbe in breakeven più ampi, una valuta più debole e premi di rischio altrove.
A nostro avviso, entrambe le situazioni comportano rischi significativi per la stabilità finanziaria: senza yield caps, è probabile un crollo del mercato obbligazionario; con yield caps, diventa possibile una crisi valutaria. Va sottolineato che in un regime di yield cap, la Fed si impegna di fatto a espandere il proprio bilancio senza limiti. Questo aumenta il rischio di inflazione monetaria (forte crescita dell’offerta di moneta) e mina ulteriormente la fiducia degli investitori. Gli investitori potrebbero ricordare che il finanziamento monetario e la perdita di credibilità della banca centrale hanno storicamente portato a fenomeni di inflazione fuori controllo o, nei casi estremi, di iperinflazione. Anche con controlli sui rendimenti in atto, gli investitori potrebbero cercare protezione attraverso altri asset.
Un regime di overt capture creerebbe anche sfide significative per i mercati del credito. Gli spread tra investment grade e high yield potrebbero ampliarsi fino a livelli coerenti con gravi recessioni o stress fondamentali, escludendo di fatto molti debitori marginali dal mercato. Ad esempio, se i rendimenti dei Treasury fossero al 5 percento, uno spread di 1’000 basis point si tradurrebbe in un rendimento del 15 percento per un emittente junk rated – un livello insostenibile per la maggior parte delle aziende. Il rischio di rifinanziamento aumenterebbe drasticamente, poiché le società con debito in scadenza in questo scenario si troverebbero di fronte a tassi d’interesse proibitivi o all’impossibilità di rifinanziarsi, con conseguente probabile impennata dei default.
Gli investitori non valuterebbero soltanto il rischio di default ciclico, ma anche il rischio che un’elevata inflazione possa erodere i rimborsi reali del debito. Sebbene questo potrebbe avvantaggiare i debitori a scapito dei creditori, significherebbe anche che qualsiasi nuovo debito emesso potrebbe essere successivamente annullato dall’inflazione. In sostanza, i creditori chiederebbero premi elevati per l’inflazione e il rischio di default, lasciando le società con minore solidità creditizia esposte al rischio di insolvenza. Il termine «fallen angels» potrebbe assumere un nuovo significato, poiché numerosi emittenti con rating BBB rischierebbero il declassamento man mano che i loro indicatori peggiorano a causa dell’aumento dei costi degli interessi.
Inoltre, il settore bancario potrebbe inasprire notevolmente gli standard di concessione del credito oppure essere costretto a detenere titoli di Stato nell’ambito di una repressione finanziaria, con il risultato di escludere di fatto il credito privato. In questo scenario, le condizioni finanziarie per le imprese resterebbero molto difficili nonostante tassi di riferimento bassi, poiché i tassi di mercato (in assenza di controllo dei rendimenti) rimarrebbero elevati e la propensione al rischio sarebbe ridotta. Tuttavia, se venissero introdotti dei limiti ai rendimenti per mantenere bassi i rendimenti nominali, banche e investitori potrebbero razionare il credito in base alla quantità anziché al prezzo, portando comunque a una stretta creditizia. In entrambi i casi, la disponibilità di credito risulterebbe limitata.
Inizialmente, il dollaro statunitense potrebbe rafforzarsi in un clima di panico, soprattutto se i limiti ai rendimenti non venissero implementati subito: gli investitori globali potrebbero cercare dollari d’istinto, oppure in caso di crisi imminente (nelle prime fasi di una crisi si assiste spesso a una «corsa alla liquidità»). Tuttavia, quando diventerà chiaro che la politica statunitense è fondamentalmente accomodante e disposta a tollerare un’inflazione più elevata, lo status del dollaro come valuta di riserva potrebbe indebolirsi. I detentori esteri di debito statunitense potrebbero iniziare a ridurre l’esposizione, preoccupati di essere rimborsati in dollari sempre più svalutati. Ci si aspetterebbe quindi un indebolimento strutturale del dollaro.
In effetti, se l’Europa e le altre economie avanzate dovessero mantenere politiche più ortodosse, il dollaro potrebbe subire una significativa flessione. Questo cambiamento rappresenterebbe un importante riallineamento nei mercati dei cambi (Foreign Exchange, FX). Alcuni Paesi potrebbero persino iniziare a valutare alternative alla forte dipendenza dal dollaro (diversificando le riserve), esercitando così ulteriore pressione sulla valuta statunitense. L’oro e altri beni rifugio alternativi probabilmente registrerebbero una forte crescita. L’oro, in particolare, potrebbe beneficiare notevolmente, poiché sia i privati sia le banche centrali cercherebbero protezione contro la svalutazione valutaria.
La politica commerciale e fiscale degli Stati Uniti, insieme agli attacchi del Presidente Donald Trump alla Fed e all’utilizzo del dollaro come strumento di pressione, possono essere considerate le principali forze trainanti dietro il forte rialzo del prezzo dell’oro dall’inizio del 2025. Le banche centrali, in particolare quelle dei mercati emergenti, hanno iniziato a temere che le proprie riserve di FX potessero essere confiscate, spingendo così verso una maggiore allocazione in oro. In futuro, le preoccupazioni sull’indipendenza della Fed potrebbero diventare un fattore ancora più rilevante nell’acquisto di oro.
Panoramica dello scenario e impatto
Figura 9: Panoramica dello scenario e impatto
| Scenario 1 Ritirata e ripristino, nessuna ulteriore influenza Probabilità del 10%–20% | Scenario 2 Erosione graduale (Nessuna modifica legislativa) 45% - 65% probability | Scenario 3 Interferenza episodica (Politica visibile) Probabilità del 15%–25% | Scenario 4 Controllo manifesto o modifica della normativa Probabilità del 2%–5% | |
| Descrizione | La Fed recupera autonomia; percorso politico prevedibile e ortodosso | Influenze politiche sottili portano a un orientamento più accomodante; forward guidance meno ancorata ai dati | La Fed occasionalmente cede; la politica diventa meno prevedibile | La Fed agisce come braccio del Tesoro; possibili limiti ai rendimenti o finanziamenti diretti |
| Indipendenza della Fed | Indipendenza effettivamente mantenuta | Indipendenza solo formale, meno rigorosa nella pratica | Indipendenza erosa, con frequenti interferenze evidenti | Indipendenza gravemente compromessa o persa |
| Orientamento di politica monetaria | Funzione di reazione chiara, basata su regole e ancorata ai dati; la Fed resta impegnata sull’obiettivo di inflazione | Politica più accomodante, tagli moderati dei tassi, maggiore tolleranza verso l’inflazione | Riduzioni dei tassi anticipate rispetto ai dati, orientamenti reattivi, inversioni di politica | Politica ultra-espansiva, controllo della curva dei rendimenti, dominanza fiscale |
| Curva dei rendimenti | Si appiattisce | Si inclina moderatamente | L’inclinazione aumenta sensibilmente in uno scenario ribassista | Dipende dai limiti massimi |
| Mercati del credito | Gli spread si restringono, le azioni della Fed sostengono la solidità creditizia | Gli spread aumentano moderatamente; finanziamento accessibile per gli emittenti solidi, maggiori costi per quelli più deboli | Gli spread si allargano ulteriormente; aumenta il rischio di rifinanziamento per i debitori con rating più basso | Gli spread salgono a livelli recessivi; i debitori marginali vengono esclusi |
| Rischio di default | Mitigato, la Fed segnala il proprio ruolo di prestatore di ultima istanza | Leggermente più elevato, ma il rischio fallen angel resta contenuto | Aumenta il rischio fallen angel | Impennata dei default; rischio fallen angel elevato |
| USD | Si rafforza; evita la fuga di capitali e attira afflussi | Oscilla entro un intervallo dopo la volatilità iniziale; calo graduale | Brevi rialzi verso asset rifugio, poi indebolimento a causa del ritardo dei tassi reali | Crolla se vengono posti limiti ai rendimenti; forte aumento dei breakeven; possibile crisi valutaria |
| Fiducia degli investitori | Migliora, aumentando la domanda di asset statunitensi | Si erode moderatamente, ma resta stabile | Si deteriora; aspettative meno ancorate | Crolla; spostamento verso altri asset |
Fonte: Vontobel, ottobre 2025
Le preoccupazioni riguardanti l'indipendenza delle banche centrali possono influenzare i prezzi delle materie prime, ma l'entità e la direzione dell'impatto dipendono sia dall'orizzonte temporale sia dalle dinamiche specifiche di mercato di ciascuna materia prima. Nel breve termine, una politica monetaria accomodante sostiene generalmente la crescita economica, creando un contesto favorevole per questa asset class ciclica. Inoltre, le materie prime possono beneficiare di un dollaro USA più debole. Poiché la maggior parte delle materie prime è quotata in dollari USA, un indebolimento del biglietto verde può aumentare la domanda da parte degli acquirenti che utilizzano valute diverse dal dollaro.
Sul lungo periodo, tuttavia, le preoccupazioni sulla crescita economica tenderanno a pesare sulle materie prime, in particolare su quelle più sensibili al ciclo economico, come il petrolio greggio e il rame. Le politiche produttive dei principali produttori, come le strategie di produzione di petrolio dell’OPEC, giocano inoltre un ruolo determinante nella formazione dei prezzi. Al contrario, le materie prime agricole potrebbero essere meno influenzate direttamente dalle politiche delle banche centrali, poiché i loro prezzi dipendono maggiormente da fattori come le condizioni climatiche e le dinamiche delle catene di approvvigionamento. Detto ciò, pressioni inflazionistiche più ampie potrebbero comunque incidere anche sulle materie prime agricole, poiché l’aumento dei costi degli input (ad esempio carburante e fertilizzanti) e le oscillazioni valutarie influenzano produzione e prezzi.
L’oro si distingue come la materia prima che più probabilmente trae vantaggio dall’interazione tra una minore credibilità delle politiche, la perdita di fiducia nella «moneta cartacea», l’aumento dell’inflazione e delle aspettative inflazionistiche, e la maggiore domanda di beni rifugio. Questi fattori fanno dell’oro un asset fondamentale nei periodi di incertezza economica.
I segnali da osservare sono chiari. Bisogna monitorare la differenza tra le misure di compensazione dell’inflazione basate sul mercato e quelle rilevate tramite survey. Un divario persistente indica che il mercato si sta assicurando contro un cambio di rotta nella politica monetaria. È importante seguire anche le stime della term premium: una rottura prolungata sopra i livelli recenti segnala un contesto in cui la variabilità della politica viene prezzata come rischio di primo ordine. Analizzare le metriche delle aste e la composizione della domanda di carta governativa: se la qualità delle offerte peggiora, il mercato richiede un premio superiore o un diverso canale di compensazione. Va tenuta sotto controllo anche la volatilità dei tassi rispetto a quella azionaria: quando la volatilità dei tassi si sgancia al rialzo, spesso riflette incertezza sull’ancoraggio dell’inflazione. Osservare i funding markets e le basi cross-currency: tensioni in questi segmenti tendono ad anticipare un generale irrigidimento delle condizioni finanziarie. Infine, prestare attenzione al linguaggio utilizzato: quando la comunicazione si sposta da decisioni guidate dai dati verso il calendario politico, i mercati se ne accorgono.
Per i responsabili delle politiche, la via più sicura è facile da descrivere ma difficile da mettere in pratica: mantenere il framework leggibile, preservare l’integrità del mandato e lasciare aperta la possibilità di adottare qualsiasi combinazione di strumenti che possa ristabilire le aspettative con il minor costo macroeconomico possibile.
Per chi si assume rischi, la risposta è un ventaglio di opzioni, non un copione da seguire. In uno scenario di lieve erosione, il rischio di irripidimento della curva, una protezione moderata dall’inflazione e una preferenza per la qualità nel credito e nelle azioni sono i fattori determinanti. In un contesto episodico, conta la flessibilità, perché il percorso è irregolare. In un contesto di intervento esplicito, il baricentro si sposta verso asset reali, flussi di cassa a durata più breve, bilanci più solidi e coperture esplicite contro l’inflazione. In tutti gli scenari, la liquidità è una posizione strategica, non un dettaglio secondario. Il filo conduttore è il rispetto per l’anchor. Quando l’ancoraggio appare meno saldo, tutto il resto richiede un margine di sicurezza più ampio.
Nei periodi di tensione sui mercati finanziari, i dollari statunitensi forniti dalla Federal Reserve Bank di New York ad altre banche centrali tramite USD Swap Lines sono diventati uno strumento di di politica monetaria fondamentale per evitare carenze di liquidità al di fuori degli Stati Uniti.
In particolare, dalla Grande Crisi Finanziaria del 2007/08, le swap lines sono state istituite, rinnovate e operative su base regolare.
I costi di finanziamento per le rispettive banche centrali che utilizzano le USD Swap Lines erano solitamente fissati a un massimo di 50 punti base sopra il Fed Funds Rate; ciò ha contribuito a limitare i costi di raccolta per le istituzioni finanziarie estere bisognose di liquidità in USD, soprattutto quando i mercati monetari non funzionavano in modo regolare. In questo modo si poteva ridurre la volatilità disordinata nei mercati FX e nei mercati degli interest rate swap, mitigando i rischi di mercato.
Se la Fed dovesse basare le decisioni sulle dollar swap lines su considerazioni politiche, potrebbe negare l’accesso ai Paesi non allineati con l’amministrazione statunitense. Questo strumento potente potrebbe destabilizzare i mercati finanziari nelle economie sviluppate, ma le dollar swap sono ancora più cruciali per le economie emergenti, poiché rappresentano una rete di sicurezza per le banche centrali quando i loro sistemi bancari affrontano una carenza di USD.
Il Discount Window e le Standing Repo Facilities della Fed forniscono principalmente liquidità alle banche statunitensi. Tuttavia, anche le banche non statunitensi con affiliazioni o una succursale negli Stati Uniti, come le banche svizzere, tedesche o giapponesi, possono accedere al Discount Window. Durante periodi di tensione sui mercati, alcune banche estere hanno fatto in parte affidamento su queste strutture di liquidità. Se la Fed dovesse limitare l’accesso alla liquidità in USD solo alle istituzioni statunitensi o modificare la gamma di collaterali leleggibili, le banche estere dovrebbero valutare alternative più costose per garantirsi una rete di sicurezza per il finanziamento in USD.
In un mondo dominato dal USD e da una forte interconnessione finanziaria, un ritiro della Fed dalla cooperazione internazionale in materia di politica monetaria e questioni regolamentari potrebbe spingere altri Paesi a isolarsi dai rischi di coercizione degli Stati Uniti. Questo cambiamento porterebbe a mercati finanziari più frammentati, maggiori costi del capitale, minore efficienza di mercato e un aumento della volatilità e dei rischi finanziari. Lo status di bene rifugio dei Treasuries USA potrebbe essere compromesso e la dominanza del USD come valuta di transazione e di riserva potrebbe diminuire, mentre altre valute cercherebbero di colmare il vuoto. Per essere una valuta di riserva globale di riferimento, devono essere soddisfatti quattro criteri: il sostegno di una grande economia, mercati dei capitali profondi e liquidi nonché un solido rating creditizio, una forte potenza militare a difesa dei propri interessi e strutture democratiche con stato di diritto. L’attuale aumento della domanda di oro potrebbe indicare che la ricerca di alternative sia già iniziata.