I rischi connessi alle filiere in India: le multinazionali possono favorire un cambiamento?

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In breve

  • L’approvvigionamento di materie prime in aree in via di sviluppo può esporre imprese e consumatori a sfruttamento del lavoro e danneggiamento dell’ambiente, ma anche contribuire in ultima analisi a un miglioramento del tenore di vita.
  • Le multinazionali possono produrre un impatto positivo tramite le proprie filiere, stabilendo standard e meccanismi di controllo e facendo pressione sui fornitori affinché seguano prassi più virtuose.
  • Continuando a svolgere attività di engagement su questa tematica con le società in cui investiamo, esorteremo anche i rispettivi management e li aiuteremo a sfruttare questa come un’opportunità per fare altrettanto con i propri partner lungo la filiera e migliorare così le condizioni di lavoro sul campo.

Il 24 marzo 2024 il New York Times, in collaborazione con il Fuller Project1, ha portato alla luce casi di sfruttamento del lavoro nell’industria dello zucchero nello Stato indiano del Maharashtra, rivelando sia episodi di lavoro minorile che di imposizione di procedure mediche non necessarie. Secondo fonti menzionate nell’articolo, Pepsi e Coca-Cola erano a conoscenza di queste condizioni da diverso tempo ma, nella migliore delle ipotesi, hanno reagito lentamente.

Nell’articolo non si sostiene l’esistenza di collegamenti diretti tra alcuna multinazionale e le condizioni di lavoro scoperte in India, bensì queste vengono definite un «sistema vecchio di secoli». L’articolo non suggerisce neanche che Coca-Cola, Pepsi o altri acquirenti abbiano alcun potere diretto sulle condizioni di lavoro nell’area. Dato il gran numero di intermediari tra il campo e il prodotto finito, spesso mischiato a zucchero da altre fonti, risalire al luogo da cui proviene è arduo.

La principale accusa indiretta degli autori è che le aziende siano complici perché erano a conoscenza di queste condizioni e hanno tardato a reagire. Pur menzionando brevemente lo sfruttamento del lavoro minorile, l’articolo si concentra su situazioni in cui viene fatta pressione sulle donne affinché si sottopongano a isterectomia per ridurre il tempo trascorso lontano dagli impianti di raffinazione dello zucchero. Secondo i giornalisti le operazioni non sono svolte a scopo di controllo delle nascite, come confermano i dati sulle dimensioni delle famiglie, bensì per ridurre al minimo i periodi di assenza dal lavoro sui campi a causa delle mestruazioni. Non è stata individuata un’unica fonte di pressione bensì, stando all’articolo, questa era esercitata da più soggetti, tra cui parenti e medici.

Sia Coca-Cola che Pepsi hanno rilasciato dichiarazioni su questa situazione e quella di Pepsi, citata nell’articolo, recita:

“La descrizione delle condizioni di lavoro degli addetti al taglio della canna da zucchero nel Maharashtra desta forti timori. Ci rivolgeremo ai nostri partner affiliati per svolgere valutazioni volte a comprendere le condizioni di lavoro di tali addetti e a individuare eventuali azioni da compiere.”

L’esposizione di Pepsi è indiretta e riguarda prevalentemente un’impresa affiliata locale che sostiene che lo zucchero proveniente dal Maharashtra rappresenta solamente una piccola parte del totale acquistato.

Coca-Cola, invece, ha pubblicato la seguente dichiarazione sul proprio sito web:

“Condanniamo lo sfruttamento in ogni sua forma nella nostra filiera e prendiamo molto sul serio quanto venuto alla luce. Il nostro impegno è quello di rispettare i diritti umani ovunque operiamo e abbiamo dato massima priorità alla risoluzione di queste criticità nelle nostre attività e filiere a livello globale. Per questo, investiamo in un ampio ventaglio di iniziative a livello sia locale che globale per far fronte ai rischi relativi ai diritti umani e al loro impatto, con particolare attenzione alla due diligence e all’engagement degli stakeholder.

Siamo profondamente turbati dagli strazianti casi di isterectomia forzata nello Stato del Maharashtra portati alla luce dal New York Times. Ci impegniamo a valutare e comprendere le criticità sollevate.”

La maggior parte delle multinazionali non acquista direttamente le materie prime dagli agricoltori; in questo caso esse acquistano zucchero raffinato proveniente da varie fonti. A complicare ulteriormente il tentativo di tracciare la filiera fino a risalire all’azienda agricola è il fatto che la canna da zucchero potrebbe non essere venduta alla stessa raffineria ogni anno. Il settore è, infatti, composto da piccoli proprietari terrieri, con oltre 10.000 aziende agricole spesso di dimensioni ridotte (1-2 acri), che vendono il prodotto alla raffineria che offre le migliori condizioni. Per risolvere questo problema in maniera efficace occorrerà la collaborazione del governo del Maharashtra, di tutte le raffinerie dell’area e degli altri acquirenti, dal momento che ciascun compratore, anche se di grandi dimensioni, preso singolarmente ammonta solo a una piccola porzione degli acquisti nella regione.

Se da una parte riconosciamo che la capacità delle multinazionali di favorire un cambiamento è spesso limitata a causa di vincoli culturali, religiosi o politici, specialmente nei Paesi a basso reddito, sussiste una sempre maggiore pressione anche da parte delle norme in vigore nei luoghi in cui viene venduto il prodotto finito, nonché dei consumatori e degli investitori, affinché le aziende si assumano più responsabilità per le problematiche ESG esistenti nelle proprie filiere.

In casi come questo, occorre anche tenere conto del fatto che le imprese possono facilmente decidere di non volersi assumere alcuna responsabilità per situazioni su cui hanno ben poco potere e semplicemente passare ad altre fonti. Abbandonare un Paese a causa delle condizioni di lavoro predominanti o di istituzioni deboli non serve a nulla. Il problema continuerà ad esistere e la povertà non farà che aumentare. L’approvvigionamento di materie prime in aree in via di sviluppo espone inevitabilmente imprese e consumatori a sfruttamento del lavoro e danneggiamento dell’ambiente, ma può anche contribuire, in ultima analisi, a un miglioramento del tenore di vita. Le imprese possono produrre un impatto positivo tramite le proprie filiere, stabilendo standard e meccanismi di controllo e facendo pressione sui propri fornitori affinché operino in maniera più virtuosa. Continuando a svolgere attività di engagement su questa tematica con le società in cui investiamo, esorteremo anche i rispettivi management e li aiuteremo a sfruttare questa come un’opportunità per fare altrettanto con i propri partner lungo la filiera e migliorare così le condizioni di lavoro sul campo.

Le aziende multinazionali le cui filiere prevedono l’approvvigionamento di materie prime in Paesi a basso reddito espongono inevitabilmente sé stesse e i propri brand alle condizioni vigenti in tali luoghi. Spesso, infatti, l’esistenza di vari livelli di grossisti rende meno chiare le responsabilità o più difficile il compito di ottenere informazioni sulle singole aziende agricole o sulle condizioni di lavoro da cui hanno origine tali prodotti. Anche con le migliori intenzioni, produrre un impatto può essere complesso e richiedere tempo. Dai dettagli riportati nell’articolo emerge che spesso i medici dell’area raccomandano la procedura di cui sopra in maniera frettolosa, il che indica come l’azione più efficace da mettere in atto per migliorare la situazione potrebbe essere quella di formare i dottori, più di ogni altro stakeholder, sulle migliori prassi in ambito medico.

Quattro buone prassi per migliorare le condizioni di lavoro dei fornitori

Il mondo continua a diventare più piccolo e la tecnologia fornisce nuovi strumenti e dati per far luce su angoli del mondo prima invisibili. L’onnipresenza degli smartphone e l’accesso costante ai social media consentono a chi si trova ai gradini più bassi della piramide del reddito di far conoscere immediatamente le proprie condizioni al resto del mondo. I media non devono né possono più fare da filtro o contestualizzare le informazioni. Le imprese, come minimo, devono tenere conto di questi mutamenti e valutare le politiche aziendali dei propri fornitori per assicurarsi che siano all’altezza di questa nuova realtà. Ora che abbiamo esaminato i rischi per le filiere, ecco alcune buone prassi da seguire:

1. Rafforzare i meccanismi di supervisione. 

Acquistare le materie prime da un grossista o da un altro intermediario non mette al riparo l’azienda da potenziali problematiche ambientali o legate alle condizioni di lavoro. Ciò non implica che le aziende debbano passare all’approvvigionamento diretto, ma che sono chiamate a rafforzare i propri meccanismi di controllo ed esecuzione. Redigere un codice di condotta dei fornitori, senza avere alcuna voce in capitolo, non basta.

2. Imporre i propri standard ai fornitori. 

Se nel Paese di origine di una materia prima non vigono leggi o norme adeguate oppure non vengono fatte rispettare, le imprese potrebbero dover fare un salto nel vuoto e imporre i propri standard ai fornitori. Tra le migliori prassi che abbiamo osservato vi è quella di aprire un ufficio permanente con dipendenti in loco in un certo Paese per garantire il rispetto di tali standard. Nel caso in cui, ad esempio, un fornitore non rispetti le norme edilizie o antincendio, alcune multinazionali svolgono esse stesse delle ispezioni e inseriscono questi requisiti nel proprio processo di selezione dei partner. 

3. Valutare i processi di controllo. 

Assumere personale apposito è il primo passo, ma spesso non basta: è, infatti, necessaria una rigorosa valutazione dei processi di controllo. Specialmente nei Paesi a basso reddito, il personale addetto ai controlli può risultare compromesso o non accorgersi dei meccanismi messi in atto dai fornitori per aggirare le regole. Indicare che le proprie filiere sono state sottoposte a controlli e verificate, per evitare di assumersi responsabilità, è troppo semplice. Nella nostra lunga esperienza di investitori globali abbiamo assistito tante volte a questi stratagemmi. 

4. Fornire un maggior sostegno finanziario. 

I fornitori nei Paesi a basso reddito hanno meno risorse a disposizione per migliorare le proprie attività. Molto spesso imporre standard più elevati comporta un aumento dei costi. Sebbene le normali forze di mercato possano funzionare nel caso in cui alcuni fornitori siano in grado di farsi avanti e soddisfare i requisiti meglio di altri, potrebbe essere necessario un sostegno finanziario o altri impegni per ottenere un cambiamento. Un elemento importante può consistere nel fissare i prezzi secondo le norme del commercio equo.

In sintesi, il livello di dettaglio è un ottimo indicatore di quanto siano seri gli sforzi dell’impresa per risolvere eventuali criticità ESG. Quanto più dettagliatamente l’impresa è in grado di illustrare i risultati di eventuali indagini svolte o le azioni intraprese per affrontare un certo problema e migliorare la situazione, più è probabile che non si tratti di un caso di «greenwashing». Un’altra «spia» è quanto in alto nella gerarchia aziendale ci si è assunti la responsabilità di risolvere la criticità in questione. Quando sentiamo il CEO, il presidente o un importante azionista di una società parlare del problema in maniera dettagliata e con passione possiamo ritenere con maggior fiducia che verrà risolto.

Continueremo a monitorare questa problematica e a svolgere apposite attività di engagement con le società in portafoglio. Seguendo l’approccio d’investimento di Vontobel Quality Growth operiamo come investitori a lungo termine con posizioni concentrate. Unitamente alla lunga permanenza in società dei nostri analisti, che consente loro di intrattenere rapporti di lungo periodo con le aziende che coprono, questo ci permette di svolgere numerose attività di engagement di durata pluriennale su importanti tematiche connesse alla sostenibilità. Siamo in grado di offrire ai management delle aziende sostegno e incoraggiamento in maniera continuativa, così che possano mettere in atto le azioni necessarie a esercitare influenza sui propri fornitori e, auspicabilmente, produrre un impatto significativo. Nel tempo, ci aspettiamo che le società in cui investiamo e che sono esposte a questa problematica sfruttino la propria influenza per fare la differenza e conseguire risultati migliori.

 

 

 

 

 

1. Il Fuller Project è una redazione globale che si avvale di metodi innovativi per offrire una copertura giornalistica che miri a favorire cambiamenti positivi per le donne.

 

La presente comunicazione è fornita a scopo puramente illustrativo e non costituisce consulenza di investimento. Quelli espressi nel presente documento sono i pareri e i giudizi di Vontobel relativi al periodo concluso il 31 marzo 2024. Tali pareri e giudizi possono variare senza preavviso e potrebbero non essere condivisi da altre entità del Gruppo Vontobel. I gestori di portafoglio Vontobel possono fornire raccomandazioni o assumere posizioni contrariamente ai pareri espressi.

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