Sostenibilità
I suoi obiettivi di investimento, le sue scelte
Tra situazione geopolitica, divisioni sociali, inflazione e recessione che incombe, qualcuno potrebbe chiedersi «perché preoccuparsi del cambiamento climatico?» Indipendentemente dalla loro opinione sul tema, l’attenzione degli investitori recentemente era focalizzata sulla COP28 di Dubai, dove rappresentati di circa 200 Paesi si sono riuniti per programmare i prossimi 30 anni. Il tema è ormai troppo caldo per essere ignorato da qualunque investitore che voglia sfruttare le opportunità associate alla sfida più complessa sul fronte del clima: la transizione energetica. Il posizionamento per la transizione energetica potrebbe differenziare tra vincitori e vinti nel prossimo decennio.
La Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite di Parigi del 2015 (COP21) ha segnato un importante traguardo nelle negoziazioni sul cambiamento climatico con l’Accordo di Parigi, che stabiliva di limitare il riscaldamento globale a 2°C, definendo un programma mirato. A metà del percorso verso il 2030, siamo ancora ben lontani dall’obiettivo. Molti ritengono che la COP28 avrebbe potuto essere un successo se i governi avessero concordato azioni più coraggiose: per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi saranno necessari oltre USD 270’000 miliardi di investimenti (il doppio del PIL annuale globale) nel settore energetico e in quello dei trasporti, nell'edilizia e nell’industria da qui al 2050 (grafico 1).
Molti auspicavano azioni urgenti e impegni concreti, altri erano più prudenti e sollevavano questioni legate alla sicurezza energetica derivanti dalla situazione geopolitica e dal fatto che l’inverno stava arrivando. L’attenzione era rivolta ai primi 20 Paesi che contribuiscono per l’80% alle emissioni globali, con Cina, USA e India in testa. Nonostante le critiche mosse alla COP 28, sono stati raggiunti due importanti punti di riferimento, ovvero il primo «bilancio globale» del percorso per raggiungere gli obiettivi di Parigi e l'accordo sull'operatività del «fondo per le perdite e i danni» per aiutare le nazioni a riprendersi dagli impatti dei cambiamenti climatici. Molti osservatori si aspettavano che venissero fatti progressi su un pacchetto per accelerare la transizione energetica. Il risultato dei negoziati è stato che il mondo deve abbandonare i combustibili fossili, raddoppiare l'efficienza energetica e triplicare la capacità di energia rinnovabile entro il 2030.
Sulla scia delle preoccupazioni legate alla sicurezza energetica, la transizione energetica ha acquisito molto slancio ed è oggi a un punto d’inflessione. La quota di rinnovabili nel mix energetico globale è aumentata nettamente negli ultimi decenni, con UE, Cina e USA in testa – un po’ come il drastico cambiamento nel consumo di carbone, petrolio e gas naturale avvenuto durante la rivoluzione industriale e l’introduzione dei veicoli passeggeri (grafico 2).
Se la storia può fungere da guida, con i giusti incentivi e le innovazioni tecnologiche (requisiti oggi entrambi presenti) le transizioni energetiche avvengono rapidamente. Perché? Le tecnologie a basso impatto di carbonio si sono sviluppate velocemente e negli ultimi 10 anni hanno abbattuto nettamente i costi. L’«elefante nella stanza» sono gli incentivi pubblici: negli USA l’Inflation Reduction Act (IRA) e l’impegno per la tecnologia pulita; in Cina l’accelerazione dei veicoli elettrici (VE) e un nuovo ambizioso piano quinquennale per l’energia rinnovabile; e in UE il Green Deal Industrial Plan, volto a supportare la produzione di tecnologie per l'energia pulita. Tutti questi impegni assunti lo scorso anno dimostrano un forte supporto alla decarbonizzazione e alle normative volte al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
A nostro avviso, il posizionamento per la transizione energetica dovrebbe basarsi su tre pilastri: orizzonte temporale degli investitori, focus regionale e temi.
Il tempo conta. Nell’ultimo Outlook, la International Energy Agency (IEA) rileva che la transizione energetica sta avvenendo più velocemente del previsto, creando vincitori e vinti. Queste previsioni considerano un elevato livello tecnologico e supportano, dunque, l’investimento in società attive nella tecnologia per il clima. Ad esempio, tutti gli impegni per lo «zero netto entro il 2050» si fondano sulle tecnologie per la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS). Pertanto, si prevede che gli investimenti in CCS potrebbero, a un certo punto, fornire rendimenti d’uscita elevati. Inoltre, per gli investitori che vogliono tutelare i loro asset, coprire l'esposizione ai combustibili fossili e proteggersi da potenziali incagli (perdita di valore o svalutazione degli asset a causa della transizione verso un’economia più verde) sarebbero investimenti più adatti. Ancora, investire nei cosiddetti «Climate Laggard» – società che non hanno indicatori climatici soddisfacenti, ma si impegnano a ridurre la CO2 o stanno sviluppando soluzioni per il clima – potrebbe essere interessante per chi cerca società mature e consolidate che contribuiscono alla transizione energetica.
I critici sostengono che le misure adottate finora non sono comunque sufficienti a ridurre le emissioni, e la propensione all’uso dei combustibili fossili nel mondo sarebbe ancora elevata. I dati recenti mostrano che la produzione di petrolio, gas naturale e carbone è salita del 4% nel 2022 e che per allinearsi all’Accordo di Parigi sarà necessario ridurre gli investimenti nei combustibili fossili di USD 814 miliardi tra il 2022 e il 2050. Sembra difficile: per raggiungere lo zero netto nel 2050, petrolio, gas naturale e carbone dovrebbero calare di oltre il 20% entro il 2030, secondo la IEA. Inoltre, molti temono che le prossime presidenziali USA possano sconvolgere l'agenda per la transizione energetica. È quasi certo che un presidente repubblicano metterebbe un freno alla velocità della transizione, ma non riteniamo che i temi regionali perderebbero slancio. Ad esempio, la domanda di veicoli elettrici dovrebbe rimanere solida. Dal 2020 la Cina ha evidenziato una netta crescita nella quota dei VE sul totale delle auto vendute in tutti i segmenti (dal low-cost al lusso). Nell’UE, il 65% delle auto vendute saranno elettriche entro il 2030, in base al World Energy Outlook 2023 della IEA, che cita lo Stated Policies Scenario che getta le basi per l’adozione dei veicoli elettrici e l’ampliamento dell’infrastruttura di ricarica (grafico 3).
Navigare il mare in tempesta della transizione energetica è entusiasmante ma al contempo complicato. Gli investitori devono definire un orizzonte temporale e disporre degli strumenti giusti per la navigazione. A nostro avviso, questi strumenti – incentivi pubblici e innovazioni tecnologiche – sono solidi, così come il vento del cambiamento. La mappa sarà determinata dall’agenda politica. È l’investitore a dover scegliere la rotta, ma deve farlo ora per poter navigare agevolmente verso i propri obiettivi. Come la storia ci insegna, nessun investimento va bene per tutti. Ma i tempi incerti fanno nascere nuove opportunità ed è giunto il momento che gli investitori prendano posizione nella transizione energetica.